Omelia di padre Pizzaballa nella cerimonia della Invenzione della Santa Croce S.Sepolcro 07/05/15

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Omelia di padre Pizzaballa nella cerimonia della Invenzione della Santa Croce S.Sepolcro 07/05/15

Invenzione della Santa Croce 2015

Per riflettere, oggi, sul senso della celebrazione odierna- la ricerca e il ritrovamento della croce - ci soffermiamo sulle parole del Vangelo, quello proclamato questa notte e quello appena proclamato: due brani tratti dallo stesso capitolo del Vangelo di Giovanni, l'incontro tra Gesù e Nicodemo. Abbiamo ascoltato questa notte la prima parte di questo incontro e poco fa il brano centrale. Ci troviamo dopo l'episodio di Cana di Galilea, dove Gesù ha compiuto il primo dei segni. Dopo le nozze di Cana (2,1-12) Gesù ritorna in Giudea e si reca a Gerusalemme, in occasione della Pasqua. Lì ha luogo l’episodio della purificazione del tempio (2,13-22), seguito poi dal nostro brano.
Uno dei temi principali del dialogo tra Gesù e Nicodemo riguarda proprio l'identità di Gesù. È significativo, tra l'altro, che si colleghi - in questa celebrazione - l'identità di Gesù con il significato della croce, che è ciò che celebriamo oggi.
Nicodemo comincia con il riconoscere Gesù quale personaggio speciale, un inviato di Dio, che compie appunto segni particolari. Gesù, invece, risponde all'affermazione di Nicodemo dicendo che è necessario rinascere di nuovo, dall'alto, per comprendere il significato della missione di Gesù. Nicodemo non capisce; Gesù ribadisce allora che bisogna rinascere nell'acqua e nello Spirito, facendo chiaro riferimento al Battesimo (nel battesimo ci viene consegnato il segno della croce!).
Prosegue poi affermando che Lui è il Figlio dell'uomo che viene dal cielo, cioè dal Padre, richiamandosi alla conosciuta e per noi un po’ misteriosa figura descritta nel libro di Daniele (7, 13).
In questo modo Gesù afferma che non è semplicemente un inviato speciale di Dio, come pensava Nicodemo, ma è colui che proviene direttamente dal cielo, cioè da Dio. Più avanti, Gesu ritornerà sulla sua intimità speciale con il Padre, presentandosi come Figlio Unigenito, richiamandosi a Gv 1, 18.
A una nuova richiesta di spiegazione da parte di Nicodemo, Gesù risponde osservando che, se finora non gli hanno creduto, pur essendosi limitato a parlare di «cose della terra» (epigeia), difficilmente potranno credergli quando parlerà di «cose del cielo» (epourania) (vv. 9-12).
È necessaria insomma avere un’attitudine di fede per comprendere il significato delle parole di Gesù. Avere fede - in Gv - è l'opera principale che il credente deve compiere.

Dopo tutto ciò, dopo cioè avere spiegato che Lui viene dal cielo, che parla delle cose del cielo e che per comprenderlo è necessario rinascere di nuovo, dall’alto, di essere insomma "celesti" e non "terrestri", Gesù fa un ulteriore passaggio. Egli afferma che colui che è sceso dal Padre, tornerà al Padre. «Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (v. 13).
Noi non possiamo comprendere la realtà del cielo, non possiamo conoscere il Padre, se colui che viene dal cielo non ce lo fa conoscere (“Filippo, chi vede me, vede il Padre”).

Identificandosi con questo personaggio misterioso del libro di Daniele - il Figlio dell'uomo -, Gesù mette in luce il suo rapporto specialissimo con Dio. Egli ribadisce questo concetto (di rapporto speciale con Dio, dal quale proviene e al quale è diretto) nel versetto 13, che è l’inizio del brano del Vangelo proclamato questa mattina.
«E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (vv. 14-15). Il riferimento dell’AT conosciuto è a Nm 21, 4-9. Come il serpente di bronzo divenne per gli israeliti segno di salvezza, così è per il Figlio dell'Uomo che, come il serpente nel deserto, sarà anch’egli innalzato (vedi anche il canto del Servo del Signore in Is 52, 13, il Servo... sarà innalzato).
Per Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce fa di lui, in analogia col serpente di bronzo,
un segno di salvezza, e al tempo stesso denota il suo successo come Servo del Signore e come Figlio dell’uomo.
Su questo sfondo la morte di Gesù in croce è la sua massima esaltazione, perché è il momento in cui si attua il suo ritorno al Padre. E, allo stesso tempo, la vittoria sul peccato e la riconciliazione dell’umanità con Dio.

La croce, insomma, è il momento della rivelazione definitiva di Dio nella persona di Gesù.
Il senso di questa specialissima manifestazione di Dio è poi ribadita nel versetto seguente: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (v. 16). All’innalzamento del Figlio dell’uomo corrisponde l’amore di Dio che dona il suo Figlio Unigenito; il «mondo» indica l’umanità bisognosa di salvezza. Qui non si parla più di Figlio dell'Uomo, ma di Figlio Unigenito, proprio ad indicare l'intimità particolare di Gesù con il Padre.

Interpretazione
La croce è il luogo e il momento della manifestazione definitiva di Dio che si realizza nella persona di Gesù. È il luogo e lo strumento di salvezza, ma anche del successo del Figlio dell’Uomo, che mediante la croce salva l’umanità e ritorna al Padre per giudicare il mondo, bisognoso di salvezza.
La Croce è un successo dal nostro punto di vista, come abbiamo visto nel Vangelo, ma è un fallimento dal punto di vista umano. Lo abbiamo ascoltato nella lettera ai Corinzi (follia per i pagani e scandalo per gli ebrei).
Essa è il Luogo sul quale si esprime il giudizio sul mondo. Non a caso sotto il Calvario abbiamo la grotta di Adamo. Il sangue di Gesù in quel Luogo rinnova la creazione.
Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato, Gesù comincia a parlare di giudizio e di condanna per coloro che non accolgono Gesù, il Gesù che viene innalzato sulla croce.

Per non ripetere continuamente cose che ho già affermato diverse volte e in vari contesti, non dobbiamo dimenticare che il cristianesimo nasce da quel “fallimento” e non può prescindere da esso, cioè dalla croce. Tendiamo a dimenticarlo e lo sentiamo continuamente anche nelle nostre discussioni e forse anche nelle nostre strategie pastorali, spesso alla ricerca del successo e assai lontane dalla logica della croce, che non significa solo sofferenza e morte, ma innanzitutto dono («Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito...» 16)
Lo sentiamo anche nelle discussioni su quanto sta accadendo attorno a noi, circa le persecuzioni contro i cristiani e la scomparsa del cristianesimo che si preannuncia a seguito di tali persecuzioni. Anche in Occidente la Chiesa si sente minacciata.
In questo contesto, nel contesto del giudizio su Gesù - che tutti siamo chiamati a dare sulla persona di Gesù, il Gesù innalzato sulla croce -, c’è un momento nella vita di Gesù, narrato dai Vangeli, che è potente e che non cessa di interpellarci ogni volta che ci si imbatte in esso. Nel giudizio di Gesù, Pilato pone il popolo di fronte ad una scelta decisiva: Barabba e/o Gesù. Il "Figlio del Padre" e/o "Figlio dell'Uomo". Barabba è nome che deriva dal titolo messianico (Bar significa figlio in aramaico, e abba significa padre), esattamente come lo è il Figlio dell'Uomo Gesù. Anche Barabba lottava per la liberazione del suo popolo. Era un agitatore. Lui combatteva i persecutori, mentre l'altra figura messianica, Gesù, invitava a pregare per i persecutori. Sono due prospettive messianiche diverse.
I cristiani sono coloro che credono che il modo di incidere nella storia, di stare nella storia, sia quello di essere nuova creatura, di essere rinati dall'alto, dalla croce innalzata.
Siamo tentati spesso di stare più con Barabba che con Gesù, di essere più alla ricerca di risposte immediate, gratificazioni e successi, che di stare sulla croce.
Oppure siamo un po’ come i due discepoli di Emmaus, disorientati e delusi per la sconfitta del loro messia, di cui non avevano capito nulla («noi pensavamo che fosse lui colui che avrebbe liberato Israele», Lc 24: 24). "Pensavamo che fosse un Barabba..."; "Ci siamo sbagliati su di lui". Ma Gesù risponde loro di non essere stolti perché doveva essere così.

Quanta strada dobbiamo ancora fare per entrare anche noi in questa logica! Che non è la ricerca della sconfitta in quanto tale, ma semplicemente desiderio di dono e di armonia con il Padre.
Se le nostre attività e strategie - pastorali e di diverso genere - sono basate su una logica mondana di ritorno immediato, le analisi di declino e fine del cristianesimo orientale sono giuste. Ma se il nostro criterio è la croce di Cristo, allora non possiamo che essere certi della vittoria, perché in quel legno siamo stati salvati, il mondo è stato vinto. E in quel legno trionferà l’amore del Padre.

ISIS ci chiama il Popolo della Croce e per questo ci vuole annientare. È da molto tempo che non ci capitava di essere chiamati con questa definizione, che dal loro punto di vista è dispregiativa e che forse noi abbiamo un po’ messo da parte. Usiamo infatti più spesso altre espressioni, anch’esse comunque vere ed importanti: Popolo di Dio, Assemblea dei credenti, Chiamati all’amore, ecc.
“Popolo della Croce” è un’espressione corretta e verissima e trovo singolare che sia proprio ISIS a ricordarcela con questa precisione. Del resto Satana è la più intelligente tra le creature, capisce più di chiunque altro, e comprende immediatamente la verità delle cose. Solo che lui non la sa amare la verità. Questa è la differenza. L’innalzamento sulla croce, lo ricordiamo, ha come scopo la nostra salvezza, perché Dio ha tanto amato il mondo dal mandare il suo figlio unigenito perché il mondo sia salvato. Per questo Satana odia la croce e chi appartiene ad essa, perché lo rende impotente.

Conclusione
La croce è, contemporaneamente, il criterio di giudizio di Dio, e deve diventare anche il nostro criterio di giudizio.
Dobbiamo leggere gli eventi non alla maniera dei due discepoli di Emmaus, confusi e disorientati, come i tanti ricercatori di successo. Il nostro successo è la croce, che ha sempre scandalizzato e sempre continuerà a disturbare le ideologie mondane, fuori e dentro la Chiesa. Non la croce imposta da Re e Imperatori e usata impropriamente in tante guerre, ma quella che siamo chiamati a portare ogni giorno per seguire il nostro Signore.
Se la croce non scandalizza, significa che l'abbiamo addomesticata.
Non è masochismo. In quel segno è la nostra vera salvezza. Il senso, insomma, non è semplicemente di accogliere la sofferenza, ma di entrare in quella logica di dono totale, gratuito, carico di amore da parte di Dio, che la croce rappresenta.
Il popolo della croce è chiamato oggi a questa testimonianza.



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