LA GELMINI ALLA GIORNATA DELLE ASSOCIAZIONI CHE OPERANO IN TERRASANTA

News

LA GELMINI ALLA GIORNATA DELLE ASSOCIAZIONI CHE OPERANO IN TERRASANTA

Il 26 ottobre si è svolta a Roma l'annuale Giornata delle Associazioni di volontariato che operano in Terrasanta. A questa giornata la nostra associazione ha sempre partecipato fin da quando si faceva a Milano. Riportiamo gli interventi di padre Francesco Ielpo commissario di Terrasanta per l'Italia del Nord e la chiusura della giornata del padre Custode Francesco Patton. Sono state inserite anche alcune foto dei dipinti fatti e donati dall'amico Franco Vignazia durante un lavoro richiestoci presso la scuola francescana di Haifa, dipinti fatti su pareti della scuola stessa.

Padre Francesco Ielpo - Roma 26 ottobre 2019 ( giornata della Terra Santa
Prima di parlare della Siria io volevo ritornare all’incontro con Caterina nel mese di luglio. All’incontro non preventivato, non previsto che mi ha segnato molto. Innanzitutto davanti alla porta d’ingresso della tenda o delle tende in cui vivono i giovani volontari dell’operazione Colomba ho trovato questa scritta: “ dove manca l’odore dei poveri c’è puzza degli idoli.” E un’altra scritta: “quelli che pensano che sia impossibile sono pregati di non disturbare quelli che ci provano.” L’impatto con questi giovani dell’ operazione Colomba è stato un impatto davvero forte perché mi è sembrato, per la prima volta nella mia vita, di vedere incarnato fino in fondo il carisma francescano: Il fatto che questi giovani, questa realtà non sia lì per aiuti umanitari, come ci aspetteremmo, perché i bisogni sono infiniti, ma per condividere la vita di quella gente. Prima Caterina ha usato più volte il verbo l’operazione Colomba vive… è una vita condivisa che non si misura attraverso la quantità degli aiuti economici o umanitari che si portano, ma è innanzitutto il metodo dell’incarnazione. Quando li ho incontrati mi è sembrato di vedere il Vangelo, la Terra Santa, perché anche Dio poteva mandarci gli aiuti umanitari e salvarci in quel modo, ma ha scelto un altro metodo che è quello dell’incarnazione e condividere la nostra natura umana in tutto, eccetto che il peccato. Quindi provando il freddo che proviamo noi, le fatiche che proviamo noi, provando il bisogno di mangiare come proviamo noi, provando tutto quello che prova un uomo. Ripeto Lui poteva starsene in cielo e mandarci gli aiuti umanitari, ma ha deciso di venirci a fare compagnia: è il mistero di Nazareth, di un Dio che decide di farsi prossimo a ciascuno di noi. Ed è quello che da quando sono entrato in in convento mi hanno sempre insegnato i miei maestri, i mieiprofessori questo leit motiv che ha sempre accompagnato la mia formazione mia formazione, ma che mi sembrava sempre così impossibile o difficile da realizzare, quando mi dicevano che Francesco non ha mai inteso aiutare i poveri, ma che Francesco si è fatto povero per condividere la vita dei poveri. Non perché se lo è inventato lui, ma perché perfetto seguace imitatore di Cristo che da ricco che era non consideròun tesoro nascosto la sua uguaglianza con Dio ma umiliò se stesso, la condivisione. Ecco io lì, in quel piccolissimo campo profughi informale ho visto con i miei occhi dove vivono questi giovani volontari, come vivono, cosa fanno e mi è sembrato di vedere e di toccare questa esperienza di chiesa. La chiesa se non è questo, come ci ricorda spesso papa Francesco, inevitabilmente correrà il rischio di diventare una Ong come tante altre, che farà anche tanto bene, che è lodevole, ma la chiesa è un’altra cosa. Allora avendo come sfondo, e di questo ringrazio voi, io sono tornato a casa cambiato, sono tornato a casa anche con un’idea diversa del mio servizio della Terra Santa,della chiesa di Terrasanta e dei popoli che vivono in quella terra. Allora per esempio prima fra Sergio ci raccontava di quello che ha vissuto a Rodi, che la Terrasanta fa a Rodi e quello che mi aveva colpito perché non si tratta di grandissimi progetti, non c’è fra Luke che ha messo in piedi una macchina da guerra per assistere tutti, magari come farebbero altre organizzazioni. Lui ci diceva: ho 2000 euro sul conto, vado a far la spesa, compro ciò che è necessario per le 200 persone che sono in questo mattatoio, il mese prossimo, se ci saranno i soldi, vedremo. E con delle borse di plastica si andava a portare semplicemente quello che poteva servire per quel giorno. Ma la cosa interessante non era un mega progetto, come possiamo immaginarci noi, una distribuzione fatta in maniera organizzata, ma c’era fra luke che entrava in quel mattatoio, i bambini lo conoscevano, poteva salutare, lui parla anche l’arabo, e entrava in rapporto, c’è una compagnia che fai a quell’uomo che è ciò genera speranza. Perché io sfido chiunque di noi, io per primo, ad affermare che per vivere mi basta aver la pancia piena , un tetto sulla testa, le medicine se mi ammalo; tutto questo è necessario, ma non è sufficiente per vivere, perché per vivere avrò bisogno sempre comunque di una ragione per cui valga la pena alzarsi domani mattina, avrò sempre bisogno di una speranza. E io in questi anni di frequentazione della Terra Santa e della regione S. Paolo, Libano e in modo particolare la Siria ho capito che l’opera più grande che fa la Custodia è quella di esserci, di rimanere, perché ciò che genera speranza non è l’aiuto, ciò che genera speranza è una presenza. Senza una presenza buona per te tu non potrai mai avere speranza. Oggi noi viviamo una grande mancanza di speranza perché in fondo siamo soli. Possiamo anche essere circondati da migliaia di persone, ma io mi sono accorto in quelle terre che ciò che dà speranza è proprio una presenza. E allora tornando, così come per fare un esempio di attualità perché la Siria è ritornata alla ribalta dei media in queste ultime settimane tristemente, ci sono ancora delle zone come ad es. la valle dell’Oronte a quasi 9 anni di distanza occupata dagli Jiadisti, con la presenza della Custodia con 2 parrocchie vivono 2 frati, dove qualche anno fa , precisamente fra il 2015 e il 2016 si è dovuto decidere se mandare un altro frate a seguito dell’ulteriore ennesimo rapimento del parroco che poi aveva subito violenze e dei traumi psicologici che non gli permettevano più di rimanere lì. La grande domanda era: mandiamo qualche altro frate o lasciamo scoperta quella parte adesso? E la risposta unanime di tutti i 200 frati della Custodia fu: rimaniamo. E quel rimanere vale molto di più di qualsiasi altro aiuto umanitario, perché è un’immagine del Buon Pastore che a differenza del mercenario che, quando arriva il lupo – scriveva allora il Custode di Terrasanta – non fugge, ma è disposto a dare la vita per il suo gregge; e non fa calcoli se gregge è numeroso e è poco. Sono poche centinaia di cristiani rimasti ormai. E non fa il calcolo se il gregge è giovane o anziano: sono rimasti solo gli anziani perché ai giovani non è permesso di mettere piede in quella regione. Ma il buon pastore sempre è disposto a dare la vita per le sue pecore. E quando tu stai vicino a uno che è disposto a dare la vita per te anche nella situazione più drammatica come è quella della valle dell’Oronte, come quella di un campo profugo tu puoi avere una speranza per alzarti domani mattina.
Vorrei soltanto raccontare un piccolissimo episodio della Siria ( ci sarebbero infinite testimonianze, infiniti racconti), quello che è accaduto perché si collega a questo pensiero forte rivitalizzato nell’incontro di luglio. Qualche tempo fa nelle varie testimonianze che facevo in giro per il Nord Italia sulla Siria ecc., un giorno in questa città, dopo la testimonianza viene un uomo che ha una posizione professionale molto alta, quindi con anche un ottimo livello economico di vita, mi dice: guardi io vorrei fare qualcosa -Visto che c’era questa palazzina di otto famiglie che era stata bombardata in una notte e tutte le 8 famiglie avevano perso la casa e in modo particolare una famiglia aveva avuto anche un lutto perché un ragazzo di 18 anni era morto in quel bombardamento – per questa palazzina. Avevamo appena detto la cifra che ci voleva. E dice: “ io sono appena stato ad un ritiro e ho capito questa cosa (era un ritiro che partiva da alcune frasi di papa Francesco) che non basta aiutare i poveri, che quello che mi chiede il Signore è incominciare io a vivere con questa fiducia nella Provvidenza e a farmi povero. Quindi voglio aiutare, ma voglio aiutare non tanto ( lui poteva coinvolgere una serie d’imprenditori che avrebbero trovato in 3 secondi quella cifra che serviva), ha convocato la sua famiglia, avevano due auto e ne ha venduta una, aveva una collezione di orologi che per lui era importante, l’ha venduta tutta. Ha cominciato a spogliarsi e quello che ha ricavato, insieme al coinvolgimento che questo ha generato in altri che a loro volta si sono in qualche modo depauperati di qualcosa, ha fatto sì che si raccogliesse la cifra. Sono iniziati i lavori di ricostruzione totale di questa palazzina per 8 famiglie, e poi hanno deciso lui e il suo socio di andare in Siria quando ancora non era così sicuro. E quindi abbiamo fatto uno dei nostri viaggi e sono venuti anche questi due signori. Ricordo che arrivammo di sera tardi, era molto buio perché ad Aleppo non c’è energia elettrica – adesso un po’ meglio per alcune ore, ma all’epoca era proprio buio buio – e c’erano questi 8 capi famiglia che era tutto il pomeriggio che ci aspettavano proprio davanti a questa palazzina e c’era anche l’uomo che ha perso il figlio diciottenne. E quando arrivammo e scendemmo dalla macchina, padre Rigan ci faceva da interprete, e quest’uomo con dei lacrimoni impressionanti disse una cosa che mi ha fatto capire che cos’è la Chiesa e che cos’è l’esercizio della carità nella Chiesa. Disse: io non avrei mai immaginato che in una certa parte del mondo ci potessero essere delle persone che non sanno come mi chiamo, non sanno nulla della mia vita, non sanno se sono buono o se sono cattivo, non sanno niente di me, eppure hanno fatto un gesto per me che neanche i miei parenti avrebbero fatto: mi hanno ridato la casa. E piangeva come un bambino. La Chiesa è questa cosa qua, questa gratuità di qualcuno che non ti chiede se te lo meriti o non te lo meriti, ma che ti dà tutto. E se ci pensiamo siamo noi i primi soggetti che ricevono tutto. Quello che diceva prima fra Sergio che è profondamente vero. Non è che uno ha fatto il calcolo della reciprocità; non sapeva neanche come si chiamava quest’uomo, ma la carità, come prima ragione, deve risiedere in te. Se risiede nell’altro, l’altro prima o poi potrà avere delle caratteristiche per cui non vale la pena essere caritatevoli con lui. Ma se la ragione della carità sta in me perché innanzitutto mi rende sempre più simile a colui al quale sono stato creato a immagine e somiglianza, cioè Cristo, allora il primo beneficiario della carità e della condivisione sono io stesso.
Quindi mi permetto di fare un grazie a tutti voi perché attraverso quello che fate avete una possibilità grande, non solo per aiutare, lo fanno anche le associazioni non credenti, avete soprattutto una grande possibilità di crescere nell’amore di Cristo, cioè di diventare sempre di più come Cristo con i suoi stessi sentimenti. E questo è l’augurio che faccio a me e faccio a ciascuno di voi. Grazie.

Padre Patton incontro associazioni Terrasanta 26/19/2019
Per usare il saluto caro a S.Francesco: “il Signore vi dia pace”, penso che ne abbiate tutti bisogno come ne ha bisogno il nostro mondo. Questa per me è l’occasione anche per ingraziare tutti voi, le associazioni che rappresentate, le tante persone che stanno dietro alle vostre associazioni, anche quelli che sono meno visibili, ma che mettono il cuore in tante iniziative di volontariato. La Terra Santa di fatto ha un bisogno estremo anche di quello che è il servizio dei volontari; io lo vedo in maniera diretta e immediata per quel che riguarda la Custodia.
Quest’anno per noi è stato un anno molto particolare proprio perché è stato l’ottavo centenario del pellegrinaggio di pace di S. Francesco in Terrasanta e, ovviamente di quel pellegrinaggio di pace fa parte l’incontro con il sultano Amalik al Camel a Damietta. Qualcosa ci ha detto questa mattina padre De Buffon, qualcosa ci ha detto la dott.ssa Rosa Giorgi attraverso le immagini. Per me quell’incontro è l’incontro straordinario che allora ha colpito qualcuno, non è che sia stato ignorato, ha colpito un vescovo convinto sostenitore della Crociata come Giacomo DeVetri, ha colpito lui e altri cronisti che partecipavano alla crociata anche in veste militare, ha colpito certamente i nostri frati che hanno sentito raccontare dalla viva voce di Francesco cose era stata la sua esperienza. Ha colpito meno nel mondo musulmano per cui non abbiamo nessuna fonte musulmana che racconti l’incontro tra S. Francesco e il sultano; può anche darsi che per noi sia un grande dispiacere, ma non esistono fonti, anche nel convegno che abbiamo organizzato a ottobre. Bartolomeo Pirone che è un grande esperto studioso di letteratura araba cristiana e musulmana ha smontato per sempre l’ipotesi che ci sia una stele che parla dell’incontro fra S. Francesco e il sultano. E’ pura fantasia . Oggi si direbbe una fake news. Solo che essendo stata rilanciata da studiosi insigni e autorevoli la fake news si è diffusa come verità. In base agli studi di Pirone non esiste nessuna fonte islamica che parla dell’incontro fra Francesco e il sultano. La cosa interessante qual è? La cosa interessante è che Francesco di fatto quell’incontro l’ha vissuto ed ha superato un pregiudizio molto antico che tutti noi ci portiamo dentro e che un poeta latino del terzo secolo avanti Cristo aveva concentrato in una frase: homo est homini lupi, cioè l’uomo è un lupo per l’altro uomo. Intendeva ogni uomo è un lupo, dentro ognuno di noi c’è un lupo pronto a sbranare gli altri e dentro ciascuna delle persone che ci stanno accanto c’è un lupo pronto a sbranare noi. Immaginatevi quale livello di fiducia possa ispirare un simile atteggiamento. Francesco, invece , capovolge questa idea, questa concezione e pensa che homo est homini frates, pensa che l’uomo è un fratello per l’altro uomo, anzi arriva a pensare che lupus est homini frates. Anche il lupo può diventare un nostro fratello. Quindi Francesco non ha paura dell’altro, e non ha paura dell’altro per una ragione molto semplice ed è la sua profonda convinzione di cristiano che esiste un unico Padre e che questo padre è padre di tutti e che tutti noi siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio; addirittura Francesco specifica immagine di lui quanto all’anima e somiglianza del figlio suo quanto al corpo: all’idea che, la trovate scritta in lungo e in largo in tutto il Nuovo Testamento, che Gesù Cristo è venuto a dare la vita per redimere ogni uomo –un autore come S. Paolo dice che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. E, siccome è mosso da queste motivazioni, Francesco non ha paura dell’altro e ritiene che l’altro sia sempre e comunque un dono di Dio e vada accolto come fratello. Questo verbo accogliere è un verbo che S. Francesco nella Regola applica a due categorie di persone, dice: quelli che verranno dai frati per divina ispirazione per domandare di abbracciare questa vita, cioè per diventare frati, siano accolti con bontà, con benevolenza. In un altro passo dell’altra Regola dice: chiunque verrà da essi, cioè chiunque verrà dai frati, ladro o brigante, sia da essi accolto con bontà. Quindi l’idea di S. Francesco è che la categoria dell’accoglienza è quella che permette anche all’altro, perfino al ladro e al brigante, di scoprire qualcosa di sé che ancora non sapeva, di scoprire se stesso come figlio di Dio. Ecco quindi Francesco, nel momento in cui 8 secoli fa va in Terrasanta in piena quinta Crociata, va dentro questo suo orizzonte di fede, che è la fede di un uomo che ha non solo ascoltato, ma anche assimilato lo spirito del vangelo. E quindi va anche incontro al Sultano senza paura, nella condizione di poter anche, nell’incontro col Sultano, di aver un incontro con un fratello e, come dicono le fonti, a lui interessa anche parlare di Gesù Cristo, perché Gesù Cristo è l’interesse prevalente di Francesco. Sta di fatto che va, vive questo incontro e questo incontro trasforma anche lui e poi inciderà in modo profondo e userei dire definitivo sulla scelta di Francesco di avere dei frati in Terrasanta. Di fatto la presenza francescana, iniziata nel 1217, quindi 2 anni prima dell’arrivo di Francesco, non verrà meno; avrà una breve quasi interruzione dopo il 1291 fino al 1320 circa quando i frati faranno avanti e indietro da Cipro, ma non lasceranno la Terrasanta. E questa presenza continuerà ad essere una presenza caratterizzata dalle indicazioni di Francesco che erano quelle di presentarsi condividendo la vita senza fare … come dice nel cap. 16° della regola non bollata; sudditi e soggetti a ogni umana creatura per amore di Dio, cioè a servizio di tutti per amore di Dio, quindi con gratuità, e confessando di essere cristiani, quindi con una propria identità. Poi anche con l’apertura all’annuncio del vangelo, con l’apertura, lo dice espressamente Francesco all’amministrazione dei sacramenti e con la disponibilità anche al martirio, che Francesco chiama in maniera leggermente diversa, dice: “ricordatevi che avete consegnato la vostra vita nelle mani del Signore”, quindi non lamentatevi se una volta o l’altra il Signore quella promessa che avete fatto la prende sul serio. E di fatto in questi 8 secoli sono più di 2000 i frati che in Terrasanta sono morti o a causa della fede, come si diceva una volta, o nel semplice martirio di carità soprattutto assistendo appestati, ammalati di colera e altro.
Quest’anno per noi è stato un anno veramente speciale perché questo incontro di 800 anni fa abbiamo potuto celebrarlo, in qualche modo rivivendolo e , ecco qui l’altro aspetto, scoprendo che questo incontro che è poco conosciuto dal mondo musulmano, in realtà al mondo musulmano interessa. Grazie anche alla capacità di sognare un po’ in grande, quest’anno abbiamo avuto la possibilità di vivere alcuni incontri veramente straordinari come quello che abbiamo potuto vivere a Damietta sul delta del Nilo deve c’era un freddo boia, tirava un vento gelido che veniva dal mare e dove abbiamo assistito alla messa in scena dell’incontro tra S. Francesco e il sultano, fatta dai bambini musulmani della scuola tenuta dalle suore; i quali bambini erano assolutamente entusiasti di poter interpretare chi S. Francesco, chi qualche soldato, chi Malik al-Kamil , ecc. E alla narrazione dei bambini, cosa interessante, hanno partecipato dal governatore della provincia di Damietta che è una signora musulmana ai genitori dei bambini e delle bambine della scuola che sono praticamente tutti musulmani, e via di questo passo. E abbiamo visto che anche a loro questo incontro dice qualcosa: si sono resi conto, appunto, che non esiste solo l’approccio ostile, ma esiste anche l’approccio fraterno, l’approccio della reciproca accoglienza.
Così come poi abbiamo avuto la possibilità di vivere un evento – era con noi anche il card, Sandri prefetto della congregazione perle chiese orientali – all’università di al-Azhar al Cairo dove, per la prima volta nella storia dell’università sono entrati circa 300 fra frati, suore, laici giovani cristiani per una giornata d’ incontro, di dialogo con i docenti dell’università, gli studenti e le studentesse. E anche lì devo dire, può anche darsi che i docenti partecipassero un po’ dietro la pressione del grande Iman di al-Azhar Ahmad al-Tayyib che aveva firmato da pochi giorni il documento sulla fraternità umana e sulla collaborazione fra cristiani e musulmani per la costruzione della pace; però gli studenti e le studentesse non erano precettati e ho visto un grande desiderio, qualcuno lo ha anche espresso esplicitamente, di poter continuare in questa direzione.
Ecco questo è stato qualcosa di storico, ma che ha fatto capire a noi che questo racconto che 8 secoli fa è stato significativo per noi, oggi può essere significativo per il mondo islamico. E che se per noi vuol dire riscoprire un certo modo di fare di Francesco e ovviamente una grande apertura da parte del sultano Malik al-Kamil per loro significa scoprire di avere nella loro storia un uomo di grande apertura, d’incontro, di fraternità come risulta essere al-Kamil che se uno lo studia un po’ bene scopre che era davvero un uomo di grande apertura, fraterno, uno che evitava il più possibile il combattimento e il ricorso alle armi e preferiva di gran lunga il negoziato. Uno che aveva una frequentazione abbastanza abituale con i monaci, ovviamente non latini, ma copti, che era stato guarito da un monaco copto ed era intervenuto in più di un’occasione per pacificare la chiesa copta quando i copti litigavano fra loro per la successione al patriarcato; uno che non aveva pregiudizi nei confronti dei cristiani, anzi apprezzava la compagnia e il consiglio non solo dei religiosi musulmani, ma anche dei religiosi cristiani. Fa bene anche a loro riscoprire una figura del genere esattamente come fa bene a loro scoprire la figura di Francesco uscendo da uno stereotipo che è molto comune nella tradizione musulmana che sostanzialmente i cristiani siano tutti più o meno crociati. Invece questo è un incontro e un racconto che è molto importante per noi, ma anche per loro. Detto per inciso, quando il grande iman di al-Azhar ha firmato il documento che ha firmato insieme con papa Francesco, ciò che rischiava e ciò che ha rischiato papa Francesco è qualche critica da parte di alcuni ambienti interni alla chiesa, ma ciò che ha rischiato e rischia il grande iman di al-Azhar è che qualche fondamentalista lo faccia fuori. Il passo che in questo caso ha fatto il grande iman di al-Azhar è un passo che dimostra da parte sua, oserei dire, un coraggio da autentico credente e anche una visione del futuro diversa.
Abbiamo avuto poi la possibilità quest’anno in compagnia anche del card. Sandri, di vivere un altro incontro significativo alla moschea della Roccia, al-Aqsa lo scorso 3 ottobre. Siccome quel giorno non volevamo farci mancare niente dal punto di vista del dialogo, nella stessa giornata, dopo aver trascorso la mattina ad al-Aqsa e dopo aver celebrato il transito, cioè la morte di S. Francesco nel pomeriggio, alle 18,30 siamo andati dal presidente d’Israele Rivlin, il quale ci ha, tra le altre cose, raccontato che il presidente palestinese Abū Māzen gli aveva telefonato pochi giorni prima per augurargli buon anno, perché iniziava il nuovo anno ebraico e , sapendo lui che poi noi saremmo andati dal presidente Abū Māzen, ci ha chiesto di portare ad Abū Māzen i suoi saluti, cosa che abbiamo fatto poi alle 8 di sera, che era l’altro incontro. Quindi è possibile vivere incontri, vivere l’accoglienza reciproca, è possibile avere un atteggiamento ospitale e fraterno gli uni nei confronti degli altri? Sì, S. Francesco 8 secoli fa ce lo dimostra e oggi è assolutamente necessario che in qualche modo siamo noi a credere che questo tipo di possibilità sia reale, come avete scritto voi sul muro: quelli che credono che certe cose siano impossibili per favore non disturbino quelli che invece stanno provando a vedere se sono possibili. Questo documento sulla fraternità, firmato da papa Francesco e dal grande iman di al-Azhar, è molto importante perché penso e spero che contribuirà nei prossimi anni anche a un cambio di mentalità all’interno dello stesso mondo islamico. E’ un fatto estremamente significativo che dopo aver firmato il documento sia stato anche messo in moto un comitato sempre ad Abu Dhabi per la diffusione dei contenuti di questo documento. Cioè che cosa vuol dire questo? Vuol dire che, lo stesso mondo musulmano si rende conto di essere in qualche modo ad una svolta, nonostante tutti i fondamentalisti, nonostante che nella comunicazione si parli solo di quelli che sono gli atti di violenza. Ma esistono tante persone che pensano e che cercano anche di andare in un’altra direzione. Il fatto che delle autorità islamiche abbiano preso questo tipo di iniziativa e sostengano questo tipo di iniziativa è qualcosa di estremamente positivo che fa ben sperare. Per inciso, in questo contatto è stata inserita di recente anche la componente ebraica. Cioè diventa un comitato che è partito da un’iniziativa di dialogo tra musulmani e cristiani, ma che in realtà, già a distanza di un anno, coinvolge, usiamo questa espressione, tutti i figli di Abramo, tutti coloro che fanno riferimento alle comuni radici in Abramo. Noi di fatto nel corso di quest’anno abbiamo cercato anche di diffondere questo tipo di documento e l’abbiamo fatto soprattutto nelle nostre scuole; una scuola in particolare, quella di Betlemme, ha lavorato in modo anche approfondito sull’incontro tra S.Francesco e il sultano e durante l’anno hanno realizzato una specie di laboratorio, di workshop, in cui un gruppo di 300 studenti cristiani e 300 studenti musulmani, accompagnati da professori cristiani e musulmani hanno lavorato insieme per identificare anche loro dei punti di contatto, di collaborazione, di convivenza e alla fine hanno elaborato una specie di decalogo.
Ci sono realtà in Custodia dove il dialogo è praticato soprattutto con i musulmani, e queste senza dubbio sono le nostre scuole – una delle vostre associazioni ricordava la scuola di Gerico; ecco nella scuola di Gerico 96% degli studenti sono musulmani, il 4% sono cristiani - ; ci sono altre scuole dove siamo al 50 e 50, altre dove il 60-70% sono cristiani e il rimanente 40 o 30% sono musulmani. Ma ci sono anche realtà dove il dialogo è col mondo ebraico e anche lì quello che permette il dialogo è il non avere pregiudizi. Faccio un esempio che forse vi fa capire come a volte il Padreterno ci presenta come forma di occasione delle cose che noi mai e poi mai immagineremmo. Ein Karem è un villaggio interamente ebraico. Ci sono 3 santuari gestiti dalla custodia e qualche altra comunità religiosa. Come è iniziato il dialogo tra i frati della custodia e la locale comunità ebraica di Ein Karem? Forse è iniziato perché qualche frate della comunità era specializzato nel dialogo con l’ebraismo? E’ forse iniziato perché qualche frate ha sognato di notte l’incontro tra S. Francesco e il sultano e ha detto lasciamoci ispirare? E’ iniziato perché il figlio del capo del villaggio giocando a pallone ha dato un calcio troppo forte al pallone ed è finito nell’orto del convento. Il capo del villaggio è venuto a suonare al campanello del convento e il frate che è uscito gli ha chiesto cosa voleva; questi gli ha detto che il pallone di suo figlio era finito nel giardino e il frate, che era padre Fergus gli ha detto: vieni dentro, cerca,io non so dove può essere. Gira e rigira non l’ha trovato ed è uscito senza pallone e il padre Fergus si è preso la briga di andare a comperare un pallone e portarlo al capo del villaggio per i suoi figli. E questo ha avviato una relazione che ha portato poi ad altri tipi di relazione, ad esempio a frequentare la cucina di padre Severino, che è un ottimo cuoco, e attraverso la cucina è nata l’amicizia con altre persone del villaggio, e un giorno è venuto da me padre Severino col capo del villaggio, il quale aveva una richiesta ed era un po’ intimorito dalla figura del Custode. E la richiesta era di fare insieme una giornata di riflessione e di studio sulla figura di S.Giovanni Battista nativo di Ein Karem. Io ho detto: ben venga! E abbiamo fatto una mezza giornata di studio con la presentazione di alcuni temi da parte di archeologi e professori e un paio d’interventi da parte dei nostri frati per spiegare cos’è il cristianesimo, cos’è la custodia e perché Giovanni Battista è importante per noi. E poi avevano un sogno e un desiderio che era quello di poter partecipare alla nostra festa, alla nostra celebrazione. A loro piace tantissimo il Benedictus; volevano cantare il Benedictus in ebraico. Se non volete altro va benissimo, troviamo il momento, troviamo lo spazio e da cosa è nata cosa: son 3 anni che abbiamo questa giornata di amicizia e di dialogo. Oltre alle cene del sabato sera, quest’anno hanno chiesto di raddoppiare e di fare una giornata in preparazione al Natale, perché arriva in un periodo in cui anche gli ebrei hanno una festa, la festa di Canukkah. E così abbiamo fatto a due voci di nuovo, cos’è la festa di Canukkah per gli ebrei e cos’è il Natale per i cristiani. Ma tutto è nato grazie al fatto che un pallone da calcio è finito nel giardino del convento, per cui lo Spirito Santo può servirsi anche di questo.
E nell’ambito delle iniziative e anche di una certa consistenza e di una certa serietà fatte con il mondo islamico, ne dico una a livello culturale e a livello sociale. A livello culturale c’è il centro del Buschia al Cairo che è un centro di studi orientali cristiani dove un frate di 85-86 anni padre Mansur … di origine siriana passa il tempo a tradurre dal latino all’arabo opere di teologi e filosofi medievali, spesso francescani come S. Bonaventura o altro, per studenti e studentesse musulmani di al -Azhar che sono interessati allo studio di questi autori e che poi naturalmente chiedono anche ai frati di andare e partecipare a quelle che sono le loro feste di Eil ad- Adha. E così anche un altro frate padre Vincenzo Ianiello che è direttore del centro bibliotecario passa gran parte del suo tempo ad aiutare studenti e studentesse di al- Azhar a muoversi all’interno del labirinto che è la biblioteca del Buschia al Cairo. E questo è per dire come c’è anche a livello culturale.
A livello sociale, per me una delle cose più importanti realizzate quest’anno per onorare l’incontro tra S.Francesco e il sultano è quello che è successo ad Aleppo con il progetto, anche molto strutturato, di aiuto ai bambini e ragazzi cristiani e musulmani che sono nati e cresciuti durante la guerra a superare il trauma. Questo progetto è nato grazie al pieno appoggio, al pieno sostegno del vescovo latino di Aleppo che è mons. Abu Kasen , che è un frate della custodia di Terrasanta e al Mufti di Aleppo che ha una relazione molto fraterna e molto amichevole con la Custodia, che ai suoi futuri iman chiede di studiare anche il cristianesimo e chiede che siano docenti cristiani a insegnare il cristianesimo nella sua scuola. L’iniziativa che han fatto ha permesso di aiutare un migliaio circa di bambini e ragazzi di Aleppo ovest che è la parte dove abbiamo anche la parrocchia, dove ci sono i cristiani e altrettanti ad Aleppo est che è esclusivamente musulmana e dove ci sono i cosiddetti orfani della Jihad, i figli degli Jihadisti che sono o scappati o morti e rispetto ai quali il diritto islamico non sapeva come fare perché non esiste l’istituto della adozione. E il vescovo e l’Iman han trovato il modo per , prima di tutto , salvare questi bambini e poi mettere in piedi questo programma che concretamente è stato gestito dal padre Firas Lutfi ( per approfondire sul sito del Meeting l’incontro ).
E’ qualcosa che è stato fatto per bambini e ragazzi cristiani e musulmani grazie alla collaborazione fra la realtà ecclesiale locale e anche le locali autorità musulmane e con un’equipe anche composta di cristiani e musulmani che hanno aiutato bambini, ragazzi e giovani a rielaborare il trauma in vari modi, soprattutto attraverso le espressioni artistiche dalla pittura, alla scultura, al teatro, al cinema, la musica, ecc. e poi lo sport, soprattutto calcio.
Infine esistono anche situazioni in cui praticare il dialogo è molto più difficile ed è una questione di sopravvivenza. Ne parlava prima padre F. Ielpo quando ricordava i nostri confratelli che vivono su nella valle dell’Oronte, che è una valle dove il dialogo va fatto per sopravvivere e dove bisogna aver il coraggio di credere che nel feroce Jihadista sia rimasto un tratto di umanità. E questo è ciò che permette ai 2 frati che stanno lì a rischio della vita, che non accettano di andare via. Quando ho chiesto loro: ma ve la sentite veramente? E uno dei due che ha anche problemi di cuore, mi ha detto: morire devo morire comunque e , quindi, se devo morire, preferisco morire qui accanto alla mia gente. Loro veramente stanno dando una testimonianza straordinaria di fede, ma direi proprio di capacità di comunque intravvedere nell’altro veramente feroce, un qualcuno che si può in qualche misura umanizzare, con cui si può in qualche modo dialogare.
Quindi tornando all’incontro di 8 secoli fa, mi pare che tale incontro sia particolarmente significativo anche per noi oggi perché è un incontro che ci ricorda che lo spirito di quest’incontro deve in fondo permeare il nostro vivere in Terrasanta, ma anche la cultura di chi vive in Occidente. Naturalmente è necessario da parte nostra aiutare il mondo musulmano a scoprire questo incontro, ma mi pare di capire, andando un po’ in giro, che dobbiamo aiutare anche il mondo cristiano a riscoprire il significato di questo incontro. E direi che oggi è compito nostro riproporre proprio questa capacità di sperare nella possibilità dell’incontro, del dialogo e di osare praticarlo negli ambienti quotidiani di vita.
Qualcuno ci darà dei sognatori e idealisti; a me ogni tanto qualcuno mi dice che sono un ingenuo. Però ricordo che 8 secoli fa i realisti erano quelli che combattevano in armi e non son tornati a casa; il sognatore era un certo Francesco d’Assisi che è riuscito a portare la testa a casa ed è riuscito anche a radicare la presenza del proprio ordine in una terra dove in 8 secoli sia stata la storia a dare ragione al suo modo di essere, al suo modo di entrare in relazione e , se volete, anche al suo modo di essere ingenuo o per usare la categoria di questa mattina, un po’ folle e sicuramente idealista, sognatore. Ma nella vita i sogni sono molto importanti.



26.10.19 Giornata associazioni

Altre news


Pagina:  1  2  3