FR.FRANCESCO IELPO: ECCO COME STO

News

FR.FRANCESCO IELPO: ECCO COME STO

Come stai?
Lettera agli amici e confratelli tutti
In questi giorni molti mi scrivono o mi chiamano per chiedermi: «come stai?». È un bellissimo segno di amicizia, di affetto e di naturale preoccupazione. È segno di un bisogno incontenibile di vicinanza. Sono particolarmente commosso dai messaggi arrivati dal Vescovo di Aleppo, dai confratelli di Gerusalemme (le comunità di San Salvatore, della Flagellazione e del Getsemani), da Cafarnao e da Rodi, dagli amici di Betlemme e Beit Shaur. E poi i tanti amici italiani che il buon Dio mi ha donato in tutti questi anni di vita.
Vorrei rispondere alla domanda «come stai?» – che evidentemente è posta non solo per conoscere lo stato della mia salute – condividendo alcuni pensieri e riflessioni sorti prepotentemente in me negli ultimi giorni, a partire dalla realtà che mi circonda e da quello che vedo.
1. Dio semplicemente non fa parte del nostro mondo
Due giorni fa mi ha scritto un amico chiedendomi di dare «conforto» al proprio figlio, padre – a sua volta – di due bimbi piccoli e, letteralmente, «terrorizzato» dalla situazione che l’emergenza sanitaria sta provocando. Alla richiesta allega, oltre al recapito telefonico per una mia eventuale chiamata, anche la lunga lettera scritta dal figlio e intitolata «Dove sei, Dio?». Dopo aver osservato che «l’uomo, in situazioni come queste, ha imparato ad affidarsi alla chimica» e constatando la particolare criticità del momento, afferma: «Quando la situazione si fa brutta, noi uomini passiamo al piano B. Tiriamo fuori dal cassetto il vecchio rosario impolverato della nonna». Non solo, va alla ricerca degli ultimi messaggi della Madonna di Medjugorje, fremendo all’idea di trovare qualche parola di conforto. Ma, ahimè, invece di trovarle rimane ancora più amareggiato e deluso arrivando a scrivere: «Dai, l’umanità ha bisogno della propria madre… non di cazzate come queste! Non abbiamo l’anello al naso!». E conclude così la sua lettera (riporto integralmente l’ultima parte):
Di fronte a quello che sta succedendo, immaginando quello che succederà nei prossimi giorni o mesi, mi rendo conto che davvero, la felicità con la quale abbiamo vissuto fino a ieri, ci sarà ritorta contro e ci causerà grandi sofferenze. Chi ha avuto la gioia di avere figli, ha oggi paura di quello che succederà nel mondo.
Non voglio dare la colpa di quello che succede a Dio, perché non ha senso.
Dio semplicemente non fa parte del nostro mondo, Dio ci guarda e non alza un dito. Chi pensa il contrario, è un illuso, perché se Dio «alzasse il culo», violerebbe il principio del libero arbitrio. Se Dio si facesse vedere, tutti saremmo costretti a credergli…
Dio vuole essere per noi padre, ma non si è mai visto un padre che voglia essere supplicato dai propri figli per essere sfamati, un padre dal quale andiamo per essere perdonati in ginocchio, un padre che di fronte al nostro peccato, ci mostra le porte dell’inferno (dove c’è pianto e stridore di denti … salvo poi pentirsi dicendo ... «la misericordia di Dio è infinita»). Abbiamo bisogno di Dio perché non sappiamo risolvere i nostri problemi da soli: peccato che, quando sette miliardi di persone chiedono a Dio, chiamandolo con il nome al quale sono abituati, un miracolo, Dio non risponde.
«Avete voluto il libero arbitrio? Cazzi vostri».
Io vorrei che un giorno fosse l’umanità a dire al signor Dio: «Sei stato un dio di merda, quando abbiamo avuto bisogno, non ci sei stato».
In segno di sfiducia, stasera non dirò la mia umile inutile preghiera.
2
Sono le obiezioni che da secoli caratterizzano l’ateismo: il male nel mondo sarebbe la prova inequivocabile della inesistenza di Dio.
Ma quello che più mi ha colpito è stata la frase: «Dio semplicemente non fa parte del nostro mondo». Non c’è in discussione l’esistenza di Dio. Un Dio che non interviene e di cui non posso fare esperienza quaggiù sulla terra, in fondo, è un Dio di cui non ho bisogno.
Mi rendo perfettamente conto che, rispetto alla questione sollevata da questo papà, la filosofia e la teologia, nel corso di due millenni, hanno riflettuto e prodotto una quantità enorme di trattati, saggi e articoli utili alla nostra riflessione e conoscenza. Ma sono anche ben consapevole che nessuna risposta, anche se giusta, ragionevole, convincente, intelligente e profonda possa, in fondo, «dare conforto», in questo momento, a questo papà, così come a tutti noi.
2. Senza speranza e senza Dio nel mondo
La prima enciclica proposta a tutta l’umanità da papa Benedetto XVI riguardava proprio la speranza. In questi giorni continuano a girare foto, messaggi e spot con la scritta «Andrà tutto bene». Dove si fonda la speranza che tutto andrà sicuramente bene? Basta autoconvincersi che tutto andrà bene perché il futuro sia davvero come lo desideriamo? «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino» (Spe salvi, 1). Chi può darci la certezza di una meta buona tale, da sostenerci nella fatica presente?
La risposta è Cristo. Solo l’incontro con Cristo, un incontro che «produce fatti e cambia la vita», può spalancare la speranza e aprire a un futuro buono. «Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero “senza speranza e senza Dio nel mondo” (Ef 2,12). Naturalmente egli sa che essi avevano avuto degli dèi, che avevano avuto una religione, ma i loro dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza. Nonostante gli dèi, essi erano “senza Dio” e conseguentemente si trovavano in un mondo buio, davanti a un futuro oscuro. “In nihil ab nihilo quam cito recidimus” (Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo) dice un epitaffio di quell’epoca – parole nelle quali appare senza mezzi termini ciò a cui Paolo accenna» (Spe salvi, 2).
La questione sollevata dal figlio del mio amico riguarda proprio il futuro. Solo quando il futuro è certo come realtà buona e positiva, diventa vivibile il presente, qualsiasi presente. L’attuale epidemia mette in evidenza proprio questo: possiamo affidarci alle migliori strutture sanitarie europee, ai migliori medici e infermieri, alla chimica, alla biologia e alla microbiologia (per citare la lettera del papà) e possiamo anche tirare fuori il piano B (in quanto cristiani) e scoprire che tutto questo, al pari degli dèi pagani, non emana alcuna speranza.
Mi ha colpito il fatto che, nella sua prima enciclica, Benedetto XVI cita pochissimo documenti dottrinali ma, sempre, fa riferimento ai santi, alla loro esperienza e vita. Così, per esempio, subito propone la vicenda di santa Giuseppina Bakhita, nata nel Darfur in Sudan e venduta come schiava. Ha sempre avuto dei «padroni» terribili, fino a quando ha incontrato il Dio vivente di Gesù Cristo, scoprendo, così, nella sua vita un nuovo «padrone» che spalancava le porte a una speranza certa perché le faceva sperimentare nella sua vita l’essere attesa, desiderata, amata. Al figlio del mio amico (ma questo vale per tutti gli uomini) il «conforto» può arrivare solo dall’imbattersi in persone che vivono una speranza certa.
3
Nel campo di concentramento di Auschwitz nessun trattato teologico o filosofico poteva dare conforto ai prigionieri, ma san Massimiliano Kolbe, il suo gesto d’amore e la sua fede certa hanno gettato luce e speranza in quell’inferno.
Da questo punto di vista è interessante rileggere un passaggio dell’enciclica:
«Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale già nell’ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di “redenzione” che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile. Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha “redenti”. Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio – di un Dio che non costituisce una lontana “causa prima” del mondo, perché il suo Figlio unigenito si è fatto uomo e di Lui ciascuno può dire: “Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). In questo senso è vero che chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr. Ef 2,12)» (Spe salvi, 27-28)
3. Vieni e vedi
Al papà dei due bimbi piccoli direi semplicemente: vieni ad Aleppo con me! Vieni e vedi. Vedi con me la fede e la speranza di quella comunità cristiana decimata, prostrata da nove anni di guerra, provata dalla fame, dal freddo, dalla mancanza di elettricità e di strutture sanitarie adeguate. Una comunità cui non è stato risparmiato nulla… eppure è viva! Non nel senso biologico del termine. Viva, in quanto vivificata da una Presenza che dona loro, continuamente, tra le lacrime di una passione senza precedenti, una speranza certa.
Al mio nuovo amico (perché caro papà dei due bimbi, le tue domande sono le mie domande, la tua ricerca è la mia ricerca, la tua paura è la mia paura e quindi mi permetto di chiamarti amico) non farei nessun discorso persuasivo o convincente. Lo inviterei semplicemente a fare esperienza, a imbattersi in chi testimonia che “nulla può separarci dall’amore di Cristo”. Neppure il covid-19. Al mio nuovo amico non direi di andare a leggersi i messaggi di Medjugorje o i sapienti libri dei migliori teologi del passato e di oggi. Del resto, come ci ricorda il Vangelo odierno, «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (Lc 16, 31).
Non sarà un miracolo a farci credere e a darci conforto. Nella mia piccola esperienza, ciò che ha aiutato la mia fede e ha arricchito la mia speranza – pur nella consapevolezza di essere sempre novizi in questo campo – sono state tutte le occasioni che Dio mi ha donato per «mostrarmi carnalmente» che Lui fa parte di questo mondo e non se ne sta lassù nel cielo. Che Lui è solidale con me e con ogni uomo e che non c’è prova nella vita che non sia occasione per crescere nella conoscenza del suo vero Volto (non come me lo immagino io).
Tra le varie esperienze ringrazio particolarmente il buon Dio per il servizio che mi ha chiesto, attraverso l’obbedienza dei miei superiori, in Terra Santa. In particolare, per tutti i viaggi in Siria in questi ultimi quattro anni. Da subito ho capito, per Grazia, che i nostri fratelli avevano bisogno di ogni aiuto umanitario, ma, allo stesso tempo, si faceva sempre più strada in me una voce che mi diceva: «È molto di più quello che loro stanno facendo per te». Visita dopo visita, incontro dopo 4
incontro, mi testimoniavano la solida roccia sulla quale poggia la loro vita: la fede in Cristo Gesù, che ha patito, è morto ed è risorto. Perché continuano a sposarsi? Perché continuano a mettere al mondo dei figli? Manca tutto, eppure continuano a sperare. La domenica durante la messa (frequentata da oltre cinquecento bambini tutti nati sotto le bombe), all’offertorio, una giovane coppia porta all’altare la loro bimba nata tre giorni prima. Il parroco, padre Ibrahim, prende la piccolina e la porta sulla mensa – insieme al pane e al vino – e dopo qualche secondo, mentre in chiesa tutti cantano, la porta davanti al tabernacolo e la lascia davanti a Gesù per qualche altro secondo prima di ridarla ai suoi genitori. Non potrò mai scordare quel gesto. Lì ho visto (non ho studiato su un libro, ma ho visto) cosa serve per mettere al mondo un figlio: la fede, fidarsi di Dio e affidare a Lui la vita.
Questo è il metodo cristiano. Ai due uomini che lo seguivano e che chiedevano «dove abiti?», cioè dove posso fare esperienza di te, Gesù risponde: «Venite e vedete» (cfr. Gv 1, 39). Caro papà, amico, senza una esperienza «ecclesiale viva» dove sperimentare la Sua Presenza – perché Lui ci ha promesso di restare con noi fino alla fine dei tempi – non basteranno tutti i rosari di questo mondo, né tutti i miracoli che continuamente il buon Dio non fa mancare sulla terra, per farci sperimentare pace e conforto. Un’esperienza «ecclesiale viva» è costituita da persone che «per amore di Cristo hanno lasciato tutto per portare agli uomini la fede e l’amore di Cristo, per aiutare le persone sofferenti nell’anima e nel corpo» (Spe salvi, 8). È fatta della compagnia di uomini e donne che confidano nel Signore in ogni circostanza della vita (nella buona e cattiva sorte) e – senza accorgersi – non smettono di produrre frutti di vita buona, così come profetizzato da Geremia nella prima lettura della messa odierna: «Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti» (Ger 17, 7-8).
4. Cosa vedo io?
In questi giorni innanzitutto vedo una Chiesa viva. Una Chiesa che nel pieno rispetto delle disposizioni per contenere la diffusione del virus non rinuncia a farsi prossima a ogni fratello uomo. Una Chiesa che inventa forme nuove per dare ragione della speranza che la abita (cfr. 1Pt 3,15), che crea ed esercita modalità nuove e inedite per stare vicino a tutti. Penso al Papa, alla sua modalità di comunicare «Parole di vita eterna», all’affidamento dell’Italia e del mondo intero alla Vergine Maria. Ai Vescovi che non fanno mancare il pane della Parola con video messaggi, con preghiere, con inviti. Penso ai sacerdoti che tengono aperte le Chiese e che celebrano tutti i giorni la santa Messa senza fedeli, ma per i fedeli. Penso a tutti quei laici che non si lamentano della privazione di alcune forme della nostra religiosità ma, accesi dal desiderio di incontrare Cristo, non smettono di vivere nuove forme di preghiera in casa con i figli, di ascolto e canto, di suggerire letture, testi e articoli che possano nutrire la sete di Verità e illuminare di senso il tempo presente. Da questo punto di vista sono rimasto molto colpito dall’iniziativa di un’associazione culturale che quotidianamente offre suggerimenti di lettura per «non perdere ciò che più potentemente ci rende umani: il desiderio di una vita piena, di un significato possibile anche dentro le circostanze più dolorose. Pensiamo sia fondamentale non dimenticare ciò che ci fa andare avanti ogni giorno, ne siamo coscienti o no: il grido perché in mezzo a tutto quello che abbiamo da vivere la Salvezza si renda presente. La Salvezza non è appena la salute fisica: è qualcosa che ha a che fare con l’eterno e che – lo intuiamo tutti, anche se facciamo fatica ad ammetterlo – non riusciamo a produrre da soli. È un dono che desideriamo incontrare e frequentare, pur anche nelle condizioni più sfortunate. L’epidemia ci sta facendo ritrovare questo desiderio di salvezza, sepolto sotto la spessa coltre di razionalismo e di pragmatismo – queste, sì, malattie, ma dell’anima – che per secoli hanno ingabbiato l’umanità della parte più progredita dell’umanità, l’Occidente post-moderno, influenzando larghe parti del mondo».
5
Vedo intorno a me persone prese dal panico fare gesti irrazionali ed egoistici, ma vedo anche tanta gente di buona volontà che si sta sacrificando per il bene degli altri, che non si risparmia e che, generosamente, si mette al servizio. Penso ai medici, agli infermieri e al personale sanitario. Penso ai volontari della protezione civile, ma penso anche alla classe politica che, instancabilmente, con responsabilità prende decisioni serie e gravi per un bene più grande. Oltre al grande senso di gratitudine e riconoscenza rimango ancora una volta colpito e commosso da questo scambio di messaggi tra un papà e la sua giovanissima figlia infermiera:
Ciao papi!
Qui la situazione è grave e molto faticosa sia fisicamente che emotivamente. Tutto ciò aggravato dal fatto che da noi è molto disorganizzata la gestione del reparto.
Come mi ha detto la mamma devo offrire tutta questa fatica!!
Buona giornata!
Agnese, devi rimanere sempre salda nella fede. Solo così si può affrontare la vita senza farsi travolgere. Riposati appena puoi. Mangia.
Tieni pulito il cervello e non solo le mani.
Ricordati: rimani salda nella fede e sorridi (anche dentro).
Perché anche i più grandi gesti di generosità, senza un rapporto vivo con Gesù, col tempo finirebbero solo per consumarci. Cosa testimoniano questi genitori alla loro figlia impegnata e stanca in prima linea? Offrire e rimanere. Offrire la fatica e il sacrificio a Dio! Rimanere saldi nella fede, cioè sempre in rapporto con Colui che dà senso e significato a ogni circostanza.
E poi vedo la mia fraternità. Quella che in questi giorni sta vivendo quasi monasticamente lo scorrere del tempo tra preghiera e lavoro domestico. Ogni giorno tutti (forzatamente) raccolti intorno all’unica mensa eucaristica. E mentre vivo questi giorni sono profondamente provocato e sfidato dalle parole del Papa all’inizio di questa Quaresima. Ci mette in guardia dal fatto che può esserci «più “comunità”, ma meno comunione!». E poi vedo la fraternità più grande del mio Ordine e nello specifico la fraternità sperimentata con i confratelli della Custodia di Terra Santa. Che consolazione grande ricevere messaggi dai fratelli che vivono nella Terra più amata da Dio e che ti assicurano preghiere.
5. Come sto?
Nella prima domenica di Quaresima l’Arcivescovo di Milano ha proposto una bellissima e interessante omelia a partire dalla parola di san Paolo: «ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!».
Io sto bene, grazie al Cielo. E, soprattutto, ho il cuore colmo di gratitudine per questo momento favorevole che mi è dato da vivere. Un momento favorevole per intensificare la mia preghiera e per ricordare al Signore tutti i miei cari e i miei amici, soprattutto quelli che stanno vivendo prove e sofferenze. Un momento favorevole per andare fino in fondo – non senza fatiche – alla bellezza e alla profezia della vita fraterna. Un momento favorevole per continuare a cercare Dio, il rapporto, l’intimità e la familiarità con Lui che sempre più «prende» la mia vita. Un momento favorevole per penetrare il mistero della Passione di Cristo; per guardare al Crocifisso e lasciarmi cambiare dall’amore che sprigiona.
Ecco come sto.
FR.FRANCESCO IELPO



Altre news


Pagina:  1  2  3